Piazza Navona, qualche punto fermo

Sugli scontri di piazza Navona, visionati i filmati, letti gli articoli, valutate le testimonianze, restano alcune impressioni generali e alcuni punti fermi.
1 L'informazione tradizionale, la carta stampata, ha fallito nell'occasione di esibire la sua professionalità. In piazza c'erano pochi cronisti o comunque inesperti e poco preparati, se è vero che di quello che accade nelle immagini è stato dato conto poco e male. Nessuna cronaca ha reso giustizia a quello che accadeva ed è riuscita a fornire la complessità delle dinamiche psicologiche e materiali che si scatenano durante una manifestazione.
2 Repubblica è stato il quotidiano che ha dato più spazio e meglio alla vicenda. Anche se è clamoroso rilevare oggi la contraddizione netta tra il Curzio Maltese di ieri e il Carlo Bonini di oggi. Ieri Maltese ci dava un resoconto sconvolgente, con fatti visti e descritti con precisione. Ma anche un punto di vista parziale, come si evince dalle immagini. Oggi Bonini ci dà una ricostruzione basata essenzialmente su fonti di polizia, ma incrociata con molti altri elementi e punti di vista e che appare più equilibrata e completa.
3 Il blocco studentesco. Indifendibile. Entrare in una piazza portando mazze e spranghe dentro un camioncino è premeditazione, non legittima difesa. L'ideologia del muscolo esibito, della faccia truce, del bastone tricolore, del me ne frego, è sconfortante. Gente ridicola e pericolosa.
4 I manifestanti. Nella massa di studenti ignari, politicamente inconsapevoli, talvolta ammirevoli nella loro ansia di testimoniare, capire e protestare, ci sono i soliti ragazzotti (e non ragazzotti) di centri sociali e dintorni che utilizzano schemi militareschi, parole d'ordine e postura da piazza anni '70. Guardando le immagini, non si può non notare che il Blocco viene affrontato da una massa d'urto di giovani con i caschi che li stringono in un angolo, lanciano oggetti contro di loro e poi attaccano. Giustificarli, far finta di niente, minimizzare, non fa bene alla causa degli altri studenti.
5 La polizia. Ha responsabilità gravissime. Ha tollerato un camioncino che conteneva spranghe. Ha consentito che i due gruppi venissero a contatto. E' intervenuta dopo tre lunghi minuti, durante i quali poteva scapparci il morto. Le premesse di quella strategia che Cossiga ha così lucidamente, e criminalmente, enunciato nei giorni scorsi.
Si va in piazza a proteggere i nostri?
Da Curzio Maltese, Repubblica: "Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: arrivano quei pezzi di merda dei comunisti! L'altro risponde: allora si va in piazza a proteggere i nostri? Sì, ma non subito". Qui tutto il pezzo
Zecche e fasci si sprangano. Come sempre

Straordinario tempismo del Riformista, che oggi ha pubblicato due paginate sul Blocco Studentesco, i simpatici studenti DuceDuce vicini a Fiamma Tricolore, sostenendo che ormai hanno preso piede nella protesta e convivono più che pacificamente con gli studenti di sinistra. "Zecche e fasci ora si parlano", titola profeticamente il quotidiano arancione.
Ma a volte la realtà infastidisce e si sovrappone alle belle tesine confezionate per stupire il lettore. E così oggi, a piazza Navona, l'inedita alleanza è stata siglata dai giovanotti di destra e di sinistra a suon di sprangate, sediate e tavolinate.
L'Unità 2, la rimonta
Rivista qualche giorno dopo l'esordio infelice, la nuova Unità fa un'impressione diversa, decisamente migliore. Del resto Concita De Gregorio è una delle migliori giornaliste italiane e, nonostante i vincoli di partito (che lei rispetta più di quanto faccia credere), nonostante un nuovo formato al quale si fa fatica ad abituarsi, sfogliare le 64 minipagine di oggi dà la sensazione di non aver perso tempo. Lasciata alle spalle l'epidemia di firme radicalchic, questo è un giornale vero. Innanzitutto l'editoriale di Concita, breve, comprensibile, condivisibile. E poi le notizie. L'Unità ha delle notizie: non è incredibile? I tre milioni di fondi scolastici dirottati alle missioni all'estero, la campagna acquisti di Berlusconi sulle case editrici dei manuali scolastici. E poi le proposte del Pd, le mitiche proposte che tanto aspettiamo e che non si vedono mai. Oggi ce n'è Vittoria Franco che espone le sue idee sulla prostituzione, con tanto di comparazione con le proposte del governo.
E anche se non fosse così, se anche la nuova Unità facesse schifo, dopo aver sentito dalle fauci postfasciste di Gnazio LaRussa uscire frasi come "turati la bocca con un turacciolo", non potremmo che parlarne bene e solidarizzare. Come fa bene la nota succhiaruote Maria Laura Rodotà.
Raf, Amanda Lear e i titolisti frettolosi
E' pur vero che ci sono esigenze tipografiche da rispettare, che i titolisti fanno un lavoro gramo e infausto e la semplificazione, e dunque l'abbreviazione, sono d'obbligo in certi casi. Ma quando sul Corriere della Sera ho visto il titolo "Raf contro Amanda col test sul reggiseno", ho pensato che l'immortale autore di Cosa resterà degli anni '80 avesse fatto causa ad Amanda Lear e ho confusamente immaginato un procedimento che vertesse sulla truffa all'opinione pubblica realizzata dalla stessa per aver alluso per anni a una sua presunta precedente mascolinità mai esistita. L'occhiello "Perugia" mi ha fatto scattare l'allarme: ma Raf non è pugliese?
Roma, il Festival della destra affonda
Sciatta fiction, con salti logici e incongruenze, dice il solitamente più che attendibile Paolo Mereghetti, a proposito di "Il sangue dei vinti", che "a fatica avrebbe potuto trovare un posto nel festival della fiction", ma qui al Festival del Cinema di Roma "è una contraddizione in termini che grida vendetta". Non fanno gridare vendetta, ma fanno pena, le parole del sindaco Alemanno, che sul red carpet non ci vuole mettere piede "perché è il tappeto voluto da Veltroni". Tristezza per tristezza, fa pena anche vedere quel che rimane del Festival del Cinema, una splendida location e una splendida idea affossate da una destra che non sapendo che farsene di tanta cultura, ha messo in piedi con scarsa convinzione una baracconata da strapaese, affidando il tutto all'incartapecorito andreottiano Rondi. E poi i film. Solo nella giornata di ieri c'erano "La cliente", commediola francese banalissima (5), I giardini dell'Eden, polpettone indigeribile (4) (Caterina Murino ha il naso più brutto della storia del cinema) e in mezzo quel capolavoro di Brando De Sica, il regista che si è fatto tutto da sé e che per svincolarsi da una famiglia ingombrante ha deciso di scegliere un'altra strada: fare il regista e filmare nel suo primo film lo spettacolo del padre Christian. accettando (malvolentieri, per carità) di debuttare al Festival di Roma. Insomma, a occhio e croce, uno schifo. Giudizio sommario, certo, perché i film belli non mancano e la sezione dei documentari è molto interessante. Ma complessivamente se volevano provare a mettere una pietra tombale sul Festival di Roma ci stanno riuscendo abbastanza bene.
Kossiga e il Riformista imbiancato

Se poi non fosse chiara la vergognosa connivenza - vogliamo chiamarla diversamente? - la vergognosa tolleranza e indifferenza dei giornali e della politica alle dichiarazioni di Cossiga, tornato per un giorno Kossiga, c'è la lettera di Luca Sofri al Riformista di oggi (l'originale è qui, con un finale leggermente diverso). Il giornalista, firma anche dell'Unità, chiede conto ad Antonio Polito del fatto che in un'intervista parallela e per fortuna meno ficcante di quella al Qn, Cossiga veniva lodato e sbrodolato e pubblicamente iscritto tra "i pubblicisti" del Riformista. Il buon Luca chiede lumi: ma come, il Riformista ce l'ha tra i pubblicisti, l'emerito, e all'indomani delle cose "vergognose, criminali e volgarissime" scritte dal medesimo emerito, nulla dice, nulla commenta, di nulla s'indigna.
L'imperturbabile Polito per una volta perde la tradizionale verve partenopea, la celebre sfrontatezza ilare con la quale affronta mostri sacri e sepolcri imbiancati, e risponde così, un tantinello impalato: "Caro Luca, capisco. Ma noi rispondiamo solo delle nostre interviste, non di quelle di altri. Ti saluto anch'io con affetto".
Capisco. Con affetto.
E voilà, c'est tout. Con buona pace di Giorgiana Masi, della democrazia, della legalità, della sinistra, del buon senso e dell'onestà intellettuale.
Scuola pubblica, i figli del Pd (ci) marciano
Pd sul piede di guerra. C'è il pericolo concreto che la destra gelminiana smantelli la scuola pubblica. Si mobilitano anche i figli dei leader. Quella della Giovannina Melandri, per esempio, che frequenta l'istituto gestito dalle suore, Santa Maria del Carmine e San Giuseppe al Casaletto. Ma anche il figlio di Francesco Rutelli, che è iscritto al San Giuseppe de Merode, scuola cattolica vicino a piazza di Spagna. Il primogenito rutelliano ha invece già finito di frequentare l'istituto gesuita Massimiliamo Massimo. Sul piede di guerra anche le due figlie di Anna Finocchiaro, che frequentano un istituto privato di Catania. Pure Michele Santoro è incazzato. E con lui i sui figli che studiano al liceo francese privato Chateaubriand, a Roma. (notizie tratte dal Riformista).
Tutti in piazza, con suore e preti a difendere la dignità della scuola pubblica contro il pericolo della privatizzazione e di una scuola solo per ricchi.
Gli studenti? Mandarli tutti all'ospedale
Francesco Kossiga oggi al Quotidiano nazionale, intervistato da Andrea Cangini
"Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno"
Ossia?
"Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città".
Dopo di che?
"Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri".
Nel senso che...
"Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano".
Anche i docenti?
"Sopratuttto i docenti".
Presidente, il suo è un paradosso, no?
"Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì".
Chi vuole il morto
La violenza si evoca, si incoraggia, si corteggia, si legittima. Ci sono i professionisti della violenza in piazza, pronti a intervenire, e i professionisti della strategia della tensione, già al lavoro. Silvio Berlusconi, che invoca l'intervento della polizia, come se ci fosse uno stato d'assedio, come se nelle città, nelle scuole, ci sia un'emergenza democratica e non una protesta civile, come tutte le proteste prima di essere guidate, manipolate, eccitate dai soggetti di cui sopra.
Poi ci sono i quotidiani. Libero oggi titolava, profetico: "Chiamate la polizia. Intervengano le forze dell'ordine con ogni mezzo lecito. Senza esitazioni". Renato Farina, inutile chiamarlo Betulla, si squalifica da sé, scrive: "Qualche calcio nelle parti molli sarà un prezzo giusto per ripristinare la legalità". Calci, come quelli sferrati dall'ex vice capo della Digos Alessandro Perugini, a Genova. Anche la Padania fa la sua parte. Titola in prima: "La piazza rossa torna a picchiare". E poi: "Cosa accadrà il 25 ottobre?".
Nulla, probabilmente. Perché al Pd la violenza di piazza non fa comodo e non è nella sua cultura. Altra cosa sono le scuole, però. Dove può succedere di tutto e non serve un profeta di sventura per capire che è facile che accada, per l'irresponsabilità di chi non sa quel che dice. O lo sa troppo bene.
"I lettori di giornali sono un branco di pecore guidato da pastori ciechi" Gaetano Salvemini
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